Il ciabattino e la teoria della Circular Economy

Ho appena concluso un corso on line su “Circular Economy. Sustainable material management” organizzato dall’Universita’ olandese di Lund e da altri atenei. In pratica come allungare la vita degli oggetti di consumo quotidiano, dai telefonini ai vestito, ed evitare che finiscano in discarica quando si rompono o diventano obsoleti. Che vuol dire quattro cose sostanzialmente: usare materiali di qualita’ piu’ resistenti, progettarli in modo che si possano riparare, ripararli quando sono rotti, e se proprio nonn si puo’ piu’ ripararli, almeno riciclarli o usarli per qualcosa d’altro. Cosi’ si “chiude’ il cerchio della vita del prodotto o per lo meno lo si restringe. Si riduce la domanda di materia prima, esempio estrazione di minerali, petrolio o legname e si riducono gli scarti inquinanti. Facile no?

Dopo anni di prodotti usa e getta, di moda pret-a-porter, di confezioni monouso, mobili Ikea e di un martellamento pubblicitario per cambiare divani e televisori, ci si accorge che e’ tutto sbagliato. Fermi tutti, questa e’ economia ‘lineare’, cose da Antropocene, assolutamente da cambiare per la salvezza del pianeta.

E cosa propongono i professori della Circular Economy, in primis l’Unione Europea che si e’ lanciata nella crociata per il ‘circular design”? Sostituire i pezzi rotti delle cose invece di buttarle via, smontare telefonini e computer e cambiare cosa si e’ guastato, produrre dei ricambi oppure rigenerare pezzi di ricambio, riutilizzare le stoffe dei vestiti e riparare le scarpe, Lavori da sarti o ciabattini, se ne esistono ancora nel mondo occidentale. Cose da Medioevo diventate manifesto del nuovo Ecocentrismo. Di sicuro in India o a Cuba, sono molto piu’ avanti di noi in materia di Economia Circolare.

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